una conversazione
Chiara: Tutto nasce dal tuo amore per la Statua del dio Nilo, il Corpo di Napoli, incastonato e disteso tra i cardini e i decumani della Napoli greco-romana. L’hai studiata nelle fonti letterarie e iconografiche, come fa un ricercatore, e hai così fuso un’attrazione viscerale con un metodo di indagine storica, fino a teorizzare la presenza originaria di otto putti, tutti intorno alla divinità. La Statua del Nilo si è presto svestita dei panni di monumento imperituro e la ricostruzione del mito è scivolata nelle maglie dell’intimità, quella che a Napoli si manifesta anche nello spazio pubblico; il Nilo e il Sebeto sembrano condividere lo stesso delta, e il Mar Mediterraneo fluidifica contesti e scenari che, se da un lato si innestano su istanze contemporanee, dall’altro intrecciano altri miti, le cui vicende possono essere ripercorse passeggiando per le sale del Museo Archeologico di Napoli. Petricore (traducibile come linfa della pietra) è l’odore che si sprigiona quando la pioggia entra in contatto con la terra e la geosmina che contiene attira i cammelli nel deserto, anche a chilometri di distanza. Quell’odore è una sensazione che attraversa la mente e la memoria di ognuno di noi, tra terra e acqua, come Iside e Osiride…
Simona: Mi affascina come gli odori ci mettano in guardia: improvvisamente il respiro passa da uno stato di automatismo a un livello di consapevolezza. Ogni odore ci fa praticare il qui e ora in tutta la sua evanescenza. La nostra dimensione olfattiva, benché meno sviluppata e complessa che in altri animali, restituisce alla nostra sensibilità anche un senso di interdipendenza tra individui e tra specie. È una chiave che dà accesso immediato a memorie antiche, per questo ho pensato di evocare il profumo del petricore per raccontare la statua di Iside. Questa Iside porta in mano l’Ankh, simbolo a cui la dea è associata e che viene definito come la chiave della vita o addirittura il soffio della vita: Iside è infatti colei che ricostituisce e vivifica il corpo di Osiride. Iside e Osiride personificano (tra l’altro) rispettivamente la terra (dell’Egitto) e l’acqua (del Nilo) che si uniscono in un ciclo continuo di rinascita in cui l’elemento vegetativo, grano e orzo in particolare, è segno di vita. La mia ricerca tenta un atto decostruttivo di questa narrazione: il tentativo di leggere le figurazioni del ciclo vita-morte-rinascita non come una retorica sessuale della riproduzione ma come un’allegoria umana dell’humus, risultato e premessa del vivente.

La particolarità del petricore sta nel fatto che è il profumo specifico che si sprigiona dalla terra secca e arida: l’acqua della pioggia scioglie l’argilla in cui si trova la geosmina, un olio essenziale che ritarda la germinazione dei semi in condizioni di siccità, garantendone così la sopravvivenza. La pioggia. Iside è anche chiamata “signora della pioggia” e la pioggia accompagna, anzi è la matrice, di It’s Raining Gods (and Goddesses). Pioggia e siccità. La ritualità è uno strumento per tenere presente la natura ciclica degli eventi climatici e la fragilità umana nell’affrontarli. Non abbiamo mai smesso di essere fragili di fronte alla scarsità o all’abbondanza di acqua, e il cambiamento climatico esacerba le dinamiche distruttive. L’anno scorso mi sono unita a quella che per me era una moltitudine di persone che contavano i giorni e le ore d’attesa della pioggia. Il prosciugamento dei fiumi e la crisi idrica multi-specie che abbiamo vissuto mi hanno guidato nel tessere questa sorta di piccola ode di sguardi su/tra le scoperte che decantano il Nilo come un Osiride vegetativo.
Chiara: Il mito e la leggenda che si stratificano nelle pieghe della storia e si materializzano nella statuaria e nei monumenti non sono lettera morta, non rappresentano per te un passato che seduce con il suo fascino esotico ed esoterico. Nel suo lavoro, le storie racchiuse nei reperti archeologici si de-costruiscono, deflagrano in schegge, si incarnano nel presente e nei temi più urgenti della contemporaneità. La grande statua farnesiana che rappresenta Flora porta oggi con sé storie di Oriente e Occidente, di feste e riti propiziatori. Sham el Nessim, che letteralmente significa annusare l’aria, nella sua etimologia (shamo/shemu) indicava nell’antico Egitto la stagione del raccolto, il rinnovamento della vita, che ancora oggi viene celebrato con una festa durante l’equinozio di primavera. Il tuo intervento sulla statua di Flora Farnese sfrutta il potere di attenzione di quelle insegne a LED che pubblicizzano e invitano i passanti a mangiare cibo, magari di strada, nelle città, a Napoli come al Cairo. Ancora una volta la statua monumentale scende in strada e si confronta con la contingenza. Il tuo Specchio Odontoiatrico Colossale mi riporta ancora una volta a un’origine pop e funzionale, è la testimonianza di un’osservazione della realtà. Quella vegetazione raccolta nelle mani di Flora testimonia l’abbondanza che riemerge grazie all’attesa e al rispetto dell’uomo per la natura. Aveva già utilizzato lo specchio odontoiatrico per guardare la statua del Nilo in città, e la sua azione performativa e simbolica è riuscita a far parlare l’antica scultura con una nuova voce.
Simona: Sì, questo è uno strumento per spiare tra le maglie del tempo, tra le pieghe dei monumenti, e lo userò in modo performativo reiterando l’azione I’ll Hold your Gaze con un nuovo percorso che collega il MANN al Corpo di Napoli.
I concetti di tempo e visione giocano un ruolo decisivo in questa ricerca e il modo in cui li metto in relazione nasce dal segno che la città di Napoli lascia in me. Il tempo in questa città non è solo stratificato, ma anche smagliato: si può accedere inavvertitamente ad altre dimensioni temporali nel corso di azioni quotidiane. Proprio perché non so come descrivere questi vuoti temporali, questi squarci che collegano istanti banali distanti centinaia di anni l’uno dall’altro, né spiegare come ciò avvenga, ricorro a dispositivi di visione.
Questi intoppi – in cui le gerarchie tra l’eccezionale e il banale, il basso e il piedistallo, il profano e il sacro, il colto e il popolare – ci offrono vie d’uscita dal pensiero binario e normo-temporale. Il mio discorso (visivo) non è infatti un discorso di reverenza per il marmo antico (anche se c’è dell’amore), ma di rimediazione di ciò che vediamo o collochiamo fuori dal mondo (su un piedistallo o in un museo) in un resoconto sensibile dell’esperienza quotidiana.
È qui che interviene la visione: la prospettiva, l’inquadratura cinematografica, la soggettività filmica che permette di accedere ad aspetti inaspettati o insoliti di qualcosa dato per scontato o talmente istituzionalizzato (vedi i monumenti) da perdere la tridimensionalità. Lo Specchio Odontoiatrico Colossale assume nell’opera il ruolo che generalmente viene assegnato allo specchio in una macchina fotografica reflex, restituendo uno scorcio, ma anche il movimento di avvicinamento con cui lo spettatore, situandosi, delinea la sua specifica inquadratura.
Lo specchio rimanda anche a un altro livello di visione: quello del sogno, che guida questa mia ricerca, e quello degli aspetti misterici legati al culto di Iside, che è la matrice sia dei manufatti del Tempio di Iside sia della statua del Nilo. Lo specchio è un segno che evoca il sorgere del sole e i concetti ad esso legati: luce, nascita, protezione e resurrezione, quest’ultimo concetto sviluppato proprio intorno al culto di Iside e Osiride. Infatti, lo specchio svolge diversi ruoli rituali: nei manufatti appartenenti ai culti e alle culture legate all’antico Egitto, appare raffigurato nelle danze e vicino al letto da parto durante l’allattamento, compare negli arredi funerari e viene offerto alle divinità, solitamente Iside o Hathor. Lo specchio, un’allegoria della natura ciclica del tempo e la rivelazione attraverso l’illuminazione e il rispecchiamento, è anche, insieme al pettine, un attributo iconografico della Sirena, e il Nilo, in quanto Corpo di Napoli, ovvero Corpo di Partenope, contiene, anche se per risonanza con le attribuzioni popolari, il corpo della Sirena. Lo Specchio Odontoiatrico Colossale sta a Flora (e al Nilo) come un’offerta che faccio agli esseri umani per osservare i sistemi di interconnessione e interdipendenza tra la nostra specie e quelle che rendono possibile il nostro essere nel mondo: siano esse orzo, grano e api o quelle a noi sconosciute. Invito a guardare alla Flora Maggiore, dea della fioritura dei cereali e di altre piante commestibili, come segno del compimento dell’incontro tra terra e acqua, tra Iside e Osiride.
Chiara: Lo specchio è una lente di ingrandimento per scrutare il mondo, è un dispositivo per prestare attenzione alle cose del mondo di cui prendersi cura. È una lente utile per osservare la materia archeologica, ma anche uno strumento per guardare lo scorrere dell’acqua, il germogliare della terra, il dispiegarsi del fiore. Avrei anche immaginato il tuo specchio dentale accanto alla statua di Iside nel suo Tempio nell’antica Pompei, pronto a scrutare la “linfa della pietra”. Un’ulteriore frattura spazio-temporale che la tua mostra mi suggerisce.
Se i monumenti che erigiamo hanno lo scopo di celebrare una storia collettiva da ricordare, altre sculture o edifici sono diventati nel tempo monumenti, anche se non sono nati come tali. Iside nell’antichità aveva una funzione pratica e vitale, non era certo lettera morta ma aveva un potere catartico ed energizzante per l’intera sopravvivenza di una comunità. Mi sembra che il tuo progetto voglia togliere un po’ di rigidità dalla statua conservata al MANN e farle godere la città, magari quel sole che splende attraverso le grandi vetrate del museo.
Simona: Il MANN colloca la Statua di Iside all’interno della Sala 82 rispettando filologicamente la relazione tra i manufatti così come sono stati ritrovati: la statua della padrona di casa ha una posizione quasi defilata all’interno del suo tempio pompeiano, tanto da ricordarmi l’opera Carte da Parato (1976) di Tomaso Binga dove l’artista si confonde con l’ambiente vestendosi di carta da parati. Questa associazione di idee mi ha portata, come primo passo, a pensare all’opera come a uno spostamento della statua in una posizione centrale: sotto l’arco che divide la Sala del Plastico di Pompei (96) dalla Sala dei Culti Orientali (83) dove sono esposti due famosi affreschi raffiguranti riti isiaci. Una posizione centrale, dunque, ma anche una postura tridimensionale: riorientare Iside in modo da restituirle una dimensione più complessa e compromessa con la vita quotidiana.
Le statue votive, o comunque quelle legate in qualche modo a pratiche religiose, partecipano performativamente alla vita, non solo incidentalmente, come nel caso dei monumenti esposti al cielo, ma strutturalmente: sono oggetto di relazioni (con gli elementi e con gli uomini) attraverso forme rituali di mutazione transitoria. Iside infatti era, lavata, vestita e adornata di oggetti di valore, portata in processione, circondata da offerte, come nel caso del Nilo, tra le cui pieghe sono stati ritrovati “denti, biglietti del lotto, frasi votive” (Lo sguardo del Nilo: storia e recupero del Corpo di Napoli, Colonnese Editore), durante il restauro del 1993, o come le capuzzelle della chiesa di Santa Maria delle Anime di Purgatorio ad Arco.

L’insegna a LED, che collega i tre interventi al MANN, è uno dei possibili segni di questo compromesso, quasi di imbrattamento, ma anche un segno poetico luminoso, e quindi solo relativamente materiale, attraverso il quale invito i visitatori a rinnovare il loro rapporto con l’oggetto. Ho il sospetto che il vero lavoro sia questa nuova connessione tra reperto e visitatore, quando si verifica. Ho notato che questi spostamenti di sguardo che attivo attraverso azioni o installazioni possono scatenare reazioni inaspettate che assomigliano a gesti rituali, come è successo questa primavera durante una delle azioni reiterate di Raccogliere l’acqua del Nilo Quando Piove. Questa azione è legata all’intervento presso l’affresco Navigium Isidis, così come Sostenere lo sguardo è l’azione che si dipana dalla Flora Maggiore. Con la terza azione, il cui titolo è ancora in via di definizione, porto l’ankh di Iside nella città: l’ankh che porta sulla mano sinistra è un’astrazione grafica della situla: un manufatto, spesso in terracotta, usato per contenere acqua e soprattutto latte. La forma a coppa della situla simula quella del seno, a metà tra umano e bovino. Questa azione si ispira anche a un’altra rappresentazione di Iside: nella pittura murale della Tomba di Tuthmosis III (Valle dei Re, Tebe, Egitto) Iside, sotto forma di sicomoro, allatta Tuthmosis III (1479-1425 a.C.). L’intervento si scioglierà, germoglierà o fallirà, ma in ogni caso segna un tentativo di alleanza con le specie vegetali compagne.

Chiara: A cosa si riferisce quando dice che le azioni scatenano reazioni inaspettate?
Simona: L’intervento Raccogliere l’acqua del Nilo quando piove è un gioco di equilibrio tra un gioco di parole e un richiamo al valore vitale dei fiumi. Nel corso del 2023, ho raccolto l’acqua piovana che cade dal monumento per presentarla in un vaso di vetro ispirato alla cista mistica dell’affresco Navigium Isidis. Durante la prima raccolta dell’acqua, è successo qualcosa che mi ha colpito molto.

Era già da circa un’ora che raccoglievo acqua nel tubo di metacrilato: un po’ ne raccoglievo puntando sulla barba del Nilo, un po’ sulla cornucopia, mi spostavo sul cornicione del piedistallo, puntavo ora sul volto della sfinge, ora sul piede mancante del putto, e poi ricominciavo dai riccioli della barba. A un certo punto, alcune persone che fino a quel momento si erano rifugiate all’interno del bar Nilo, si avvicinarono, raccolsero con i palmi delle mani alcune gocce che cadevano dal marmo e si sciacquarono il viso. Mi hanno salutata e se ne sono andate. Avevano compiuto un gesto rituale, immaginandolo e/o deducendolo dalla mia azione. Ai brividi di freddo si sono aggiunti provocati dal loro gesto.
Raccogliere l’Acqua del Nilo Quando Piove si compie attraverso la dedizione dell’attesa, mentre la raccolta della pioggia fluidifica il Corpo di Napoli: è come se il monumento tornasse ad essere acqua, dio e fiume. Al MANN, presento l’acqua raccolta in un’installazione in divenire: per tutta la durata della mostra, raccolgo acqua al Nilo a ogni temporale per implementare l’acqua all’interno del vaso di vetro soffiato. In questo modo modifico la leggibilità e la lettura dell’installazione. Il vaso è un oggetto descrittivo dell’azione che lo alimenta, è una lente e uno strato di lettura traslucido tra le due ciste mystiche tra cui è collocato.
Chiara: Come artista ti poni tra il manufatto storico e il pubblico, e lo fai sia attraverso l’intervento monumentale che attraverso l’azione performativa che poni con il tuo corpo. Lo fai sul Corpo di Napoli in città, sugli alberi e lo fai tra le sale del MANN, trasformandoti in un filo rosso che lega i tre interventi che si dilatano nello spazio del museo. L’imprevisto che attivi come gesto clandestino collega le testimonianze storiche al flusso del presente. I tuoi sono gesti poetici ma anche politici; sono effimeri ma anche solidi. I segni che attivi sulle e per le statue sono indici perché ne descrivono tracce significanti, sono simboli perché identificano contenuti condivisi ma sono anche icone perché la loro forma corrisponde al loro significato. Non è banale, in un’evidente emancipazione del rapporto tra arte contemporanea e archeologia, trovare una connessione così profonda tra il metodo che proponi e la veicolazione di una forma alternativa di fruizione del manufatto storico.
I tuoi interventi sul monumento non rappresentano solo una passione personale per le storie e i miti che trasmettono, ma dimostrano una pratica consapevole e rispettosa che attivi nel processo di rivitalizzazione del passato. La complessità e la stratificazione dei temi indagati sono investiti da interventi che definirei ludici e accattivanti che, nel dispiegamento di una seria ironia, stimolano nell’osservatore curiosità e nuove forme di fascinazione nei confronti della storia materiale sopravvissuta ai popoli. Questa seduzione ha lo scopo di metterci in guardia dalle nostre stesse azioni. Petricore e Flora sono ancora i simboli viventi della terra e del flusso dell’acqua.
Chiara Pirozzi è Critica e curatrice d’arte contemporanea, docente all’Accademia di Belle Arti di Urbino e di Napoli e co-direttore artistico di Underneath the Arches.
